La donna con la fede scritta sul cuore

Scritto il 05/07/2026
da agi

AGI - La sua fede Veronica Giuliani ce l’aveva scritta sul cuore. Letteralmente. Simboli e caratteri erano in rilievo sul muscolo palpitante. Sin dal Settecento vari libri hanno parlato di lei, delle dure penitenze alle quali si sottoponeva e dell’incredibile Passione vissuta. Un mix di fede e dolore che la donna trascrisse, come conferma il ‘Grande libro dei santi’ (Edizioni San Paolo, 1998), “in cinque biografie, per complessive ventiduemila pagine manoscritte”.

Il 9 luglio è la festa liturgica di Veronica. È la data in cui morì nel 1727 e durante la quale i fedeli la omaggiano nel ruolo spirituale di patrona di Città di Castello, in Umbria, sede del monastero delle Clarisse in cui visse e dove, all’interno, è custodito il suo corpo.

“Sul cuore si videro segni prodigiosi – recita il ‘Compendio della vita della beata Veronica Giuliani’, tratto dai processi apostolici e dal libro di Filippo Maria Salvadori (Firenze, 1804) - niente meno che 24, cioè una croce latina con una C nella cima dell’asta, nel mezzo della traversa una F, nella punta destra della traversa stessa un V, e nella sinistra un O”.

La descrizione non finisce qui: “Sopra la croce – continua la pubblicazione - v’era da un canto una corona di spine, a lato sinistro di questa una bandiera in asta che traversava la croce, ed il panno della bandiera diviso come in due parti, che terminavano in punta, aveva nella parte superiore impressa la lettera I, e l’inferiore la lettera M in corsivo”.

Del prodigio ne parla anche il vaticanista Marco Tosatti in “Santi indemoniati” (Chorabooks, 2017): “Veronica aveva detto al suo confessore che gli strumenti della Passione le si erano impressi sul cuore e aveva fatto un disegno. L’esame sul cuore – scrive - eseguito di fronte a una commissione di laici ed ecclesiastici, rivelò diversi segni minuti sul ventricolo destro, corrispondenti al disegno”.

Dalle accuse del Sant'Uffizio alla proclamazione a santa

Successe tutto veramente o fu solo intensamente creduto? Una certezza è che la canonizzata si trova nella lista degli undici personaggi saliti agli onori degli altari e puntualmente ricordati dalla Diocesi della città perugina. “La patrona primaria – spiega la Chiesa locale - è Maria Madre della Grazia Divina; Veronica è secondaria”.

Del resto, pare che l’esistenza della santa si sia sempre svolta sulle montagne russe, passata dal biasimo all’ammirazione. A iniziare dal monastero. “Veronica Giuliani – riferisce l’opera enciclopedica delle Edizioni San Paolo – nacque, ultima di sette figlie, il 27 dicembre 1660 a Mercatello, nelle Marche (provincia di Pesaro Urbino, ndr), da famiglia borghese. Il suo nome di battesimo era Orsola. Nel 1677 – aggiunge il Dizionario - scelse di entrare nel monastero delle Cappuccine e lì trascorse cinquant’anni, il resto della sua vita”.

Quindi pace e bene? Non pare proprio. Infatti, è in quel luogo di preghiera che la reputazione della religiosa ha cominciato a vacillare tra ombra e luce. Per esempio, “la durezza delle pratiche ascetiche e penitenziali – prosegue il ‘Gran libro dei santi’ - accompagnate da fenomeni estatici e visionari, con manifestazioni somatiche straordinarie, le fruttarono una prima denuncia al Sant’Uffizio da parte della badessa, nel 1697”.

E poi il paradosso. “Nel 1716, a 56 anni di età – precisa il Dicastero delle Cause dei santi - diventa (lei) badessa del monastero, e verrà riconfermata in tale ruolo fino alla morte”.

L’altalena di giudizi, però, non si ferma. In clausura, a Veronica “le erano comparse le stimmate – riporta di nuovo il volume della San Paolo – e per un certo periodo il confessore gesuita, padre Crivelli, la considerò una indemoniata”. Ma non durò. Da anima tenebrosa la clarissa finì per splendere, per giunta con l’aureola sopra la testa. “Nel 1804 – conclude dunque il Dicastero - è stata beatificata da Pio VII e trentasciun anni dopo proclamata santa da Gregorio XVI”.

L'analisi scientifica tra misticismo e psicanalisi

Anche teologi, psichiatri e altri specialisti si sono interessati a lei. Tra loro Matteo Zangari, ricercatore in Discipline letterarie e filologiche moderne e linguistiche alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Nel suo recente lavoro “Santità femminili e disturbi mentali fra Medioevo ed età moderna” (Laterza, 2022) lo studioso osserva “da vicino il comportamento delle mistiche vissute fra il XIII e il XIX secolo guardandolo con la lente del moderno codice medico” e ricollegandolo “a standard e profili patologici che possono essere più o meno documentabili”.

Per quanto riguarda il caso Giuliani, l’autore cita l’analisi del saggista Carlo Alessandro Landini: “Ha dedicato uno studio alla santa e adottato sui diari il codice psichiatrico e psicoanalitico. Rivolge la sua attenzione – dettaglia Zanardi - alla depressione melanconica, all’eccitamento maniacale, all’ansia di patire, alle allucinazioni negative, all’impazzimento, alle assenze, condizioni onnipresenti – secondo l’esperto – nell’esperienza mistica della santa tifernate”.

La tradizione culinaria: la Pasta delle monache

Tra fede e follia, il dibattito termina a tavola. Si deve a Veronica Giuliani la ricetta del dolce “La pasta delle monache”. Oltre a essere stata badessa, “tra le mansioni che svolgeva c’era anche quella di cuoca”, rammenta Romana Cordova ne “Il cibo e i santi” (UomoVivo, 2022)”. Ingredienti principali: farina, latte, zucchero semolato, pane raffermo, fichi secchi, uva sultanina, mela e arancia.

“Le persone povere – aggiunge il testo – non potevano permettersi di comprarlo. Un giorno la religiosa decise di suddividere il dolce in tanti quadrati in modo che non potesse più essere venduto. Nasce così questo dolce tagliato in quadrotti”, la Pasta delle monache.