La guerra in Iran sta colpendo l’Asia, in particolar modo il Nepal, con una violenza economica che va ben oltre la distanza geografica. In un Paese che vive di rimesse, importazioni energetiche e turismo, la crisi mediorientale ha innescato una catena di contraccolpi che si riflette subito sulla vita quotidiana. Il primo fronte è quello del lavoro migrante, colonna portante dell’economia nepalese: quasi 1,9 milioni di cittadini lavorano nei Paesi del Golfo e le loro rimesse rappresentano circa il 41% degli afflussi che sostengono i consumi interni. Le tensioni regionali, però, stanno bloccando partenze e spostamenti, lasciando migliaia di lavoratori sospesi tra prestiti già contratti, permessi rinviati e impieghi lasciati in patria.
La guerra in Iran è un serio problema per il Nepal
Il governo di Kathmandu ha sospeso il rilascio dei permessi di lavoro per 12 Paesi dell’area in guerra, salvo poi revocare in parte la misura per sette Stati del Golfo. Resta però un collo di bottiglia pesante: circa 1.800 lavoratori al giorno con visto approvato non riescono comunque a partire. Se questa paralisi dovesse durare tre mesi, fino a 162 mila persone potrebbero vedere sfumare il progetto di emigrare, con effetti immediati sui redditi familiari e sulla domanda interna.
Come ha ricostruito Nikkei Asia, economisti e operatori locali descrivono la situazione come un intreccio di quattro shock che si abbattono contemporaneamente sul Nepal. Il rischio più grave riguarda proprio le suddette rimesse: un rallentamento delle economie del Golfo potrebbe ridurre gli afflussi del 15-25%, pari a 258-430 miliardi di rupie l’anno, ovvero il 4-7% del Pil.
In un sistema in cui i consumi generano oltre il 93% dell’attività economica, ogni frenata dei trasferimenti dall’estero si traduce quasi automaticamente in minore spesa interna. A questo si aggiunge il rincaro dell’energia. Il Nepal importa petrolio per un valore compreso tra 264 e 280 miliardi di rupie l’anno e un aumento del 30-40% dei prezzi globali potrebbe aggiungere altri 80-120 miliardi alla bolletta energetica, una cifra superiore agli introiti annui complessivi delle esportazioni.
Dall’economia al turismo: il rischio dell’effetto domino
La pressione si sente già nelle città: le restrizioni sul gas stanno mettendo in difficoltà i ristoranti di Kathmandu, costretti a ridurre i menu, a razionare la produzione e a impiegare personale nelle code per le bombole. Anche il diesel, che rappresenta circa il 56% delle importazioni di carburante, trascina verso l’alto i costi di trasporto e produzione, con ricadute su beni essenziali come cibo,