L'Italia, sempre pronta ad applaudire quando ormai lo spettacolo è finito, sempre pronta a giudicare quando il rigore è già stato fischiato, aspettava le dimissioni di Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè. E la sinistra, con i suoi mariti e mogli in Parlamento, con le sue dinastie di onorevoli che attraversano le generazioni di padre in figlio, ha presentato a babbo morto una esilarante mozione di sfiducia nei confronti di ministri e sottosegretari del governo, cercando di prolungare l'effetto-festa da centro sociale che la vittoria del No al referendum ha generato.
Quando invece queste dimissioni sono una questione tutta interna al centrodestra, che nulla ha a che vedere con un'opposizione che - a 48 ore dall'illusione di un cambiamento nell'Italia sempre uguale -, sta già litigando su poltrone, leadership, legge elettorale, sbarramenti e arredamento vario del Palazzo da cui non intende uscire, e del quale anzi vorrebbe occupare stanze più altolocate. È questo il motivo per cui penso che pur di fronte a un knock-out tecnico, in fondo, il No alla riforma possa far bene più alla destra che alla sinistra.
Perché l'uva matura quando il tempo cambia, e la destra è cambiata davvero in poche ore. Lo ha dimostrato Giorgia Meloni con il suo ultimatum, accolto a sinistra con il coro di sempre: «È troppo tardi». La prova che davvero l'opposizione è convinta che un Paese si governi a colpi di no. Il miraggio che ha ucciso Romano Prodi, Walter Veltroni e Matteo Renzi. Almeno questa è giustizia.