«E lei chiede una intervista a me? Ma le ha lette tutte le cose tremende che in queste settimane sono apparse sul Giornale contro il sottoscritto?». Inizia così ieri mattina, in modo un po' aspro, la telefonata col procuratore di Napoli Nicola Gratteri, il magistrato che ha guidato e vinto la battaglia per affossare la riforma Nordio. Poi però si convince. Si fida e accetta.
Dottor Gratteri è stato lei il vero leader dello schieramento del No?
«No. Ho ritenuto di seguire la mia coscienza e schierarmi, pur senza aderire ad alcun comitato, contro questa riforma costituzionale, senza curarmi di eventuali conseguenze per la mia persona. Non potevo tacere. La vittoria del No non è legata a una leadership, ma è il frutto di una attività diffusa di informazione della cittadinanza sul merito della riforma da parte di magistrati e di altri esponenti della società civile, tra cui molti avvocati, che ha contribuito a chiarire l'oggetto e le conseguenze della stessa».
Lei pensa che sia stato soprattutto un voto contro la riforma o soprattutto un voto contro il governo?
«Non è un voto contro il governo, che ha il diritto di proseguire il suo cammino fino alla fine della legislatura. D'altronde ho sempre sostenuto che questa riforma minasse l'equilibrio tra i poteri e la loro separazione. Per cui è doveroso, di converso, non sindacare prerogative di altri poteri dello Stato».
È soddisfatto delle dimissioni di Bartolozzi e di Delmastro?
«Non provo alcuna soddisfazione. Ognuno di loro ha valutato il proprio operato e ha deciso rispondendo alla propria sensibilità istituzionale».
Sono arrivate le dimissioni della Santanchè. Dovrebbe dimettersi il ministro Nordio? Anche il governo, come chiede Renzi?
«Le questioni politiche, come detto, non mi competono».
Un bel gruppo di magistrati di Napoli, tra i quali, immagino, parecchi suoi sostituti, lunedì sera ha festeggiato in tribunale e sbeffeggiato una collega magistrata che si era dichiarata per il Sì, la dottoressa Imparato. Al grido «chi non salta Imparato è». Come giudica questo episodio?
«Non condivido queste forme di manifestazione; lunedì ho lavorato in ufficio e poi ho seguito gli esiti dello spoglio da casa. Comprendo, però, che questo eccesso di entusiasmo possa essere stato provocato da mesi di attacchi che i magistrati hanno subito e sia stata una reazione istintiva».
Con quelle danze non è stato sfregiato l'onore della magistratura?
«Ritengo che un magistrato si debba comportare sempre con sobrietà».
Non crede che sarebbe necessario un intervento del Csm a difesa della dottoressa Imparato e di sanzione per i magistrati che hanno danzato contro di lei?
«C'è una legge che prevede gli illeciti disciplinari e ci sono organi titolari dell'azione disciplinare, i quali verificheranno se queste condotte rientrino o meno nelle fattispecie previste dalla legge».
Cosa intendeva dire al giornalista del «Foglio» con le parole: «Dopo il referendum faremo i conti»? Non era una minaccia?
«Intendevo semplicemente dire che avrei valutato l'esercizio di un diritto previsto per tutti i cittadini, dunque anche per i magistrati: querelare o intentare una causa civile per condotte da me percepite come diffamatori».
Si è pentito di quella frase che disse in campagna elettorale sugli imputati e i massoni che votano Si?
«Assolutamente no, perché ne è stato distorto il senso. Ho detto che massoni e imputati avrebbero votato Sì, perché questa riforma sarebbe convenuta a loro. Ma non ho detto né mai pensato che tutti gli elettori del Sì fossero imputati o massoni».
Lei non fa parte di nessuna corrente e ha sempre denunciato il sistema delle correnti. Non era meglio il sorteggio?
«Questo sorteggio era sostanzialmente sbilanciato e avrebbe creato enormi distorsioni negli equilibri tra poteri dello Stato, come ho ampiamente detto in altre occasioni. Ciò non toglie che il sistema delle correnti debba essere oggetto di una seria riflessione per evitare quelle prassi ben note. Auspico che i magistrati, chiusa questa pagina, si facciano promotori di un cambiamento serio del sistema».
Lei è contrario al sistema accusatorio introdotto dalla riforma di fine anni 80?
«Il sistema accusatorio è rispondente al principio del giusto processo introdotto con la riforma dell'art. 111 della Costituzione e ritengo che questo sia un punto di non ritorno. Il processo deve però essere sottoposto a una seria rivisitazione, mantenendo inalterate le garanzie ed eliminando quegli orpelli procedurali che, in nome di uno pseudogarantismo, appesantiscono l'iter processuale, dilatando oltremodo i tempi. Come ho sempre detto, il magistrato deve poter impegnare tutto il suo tempo per studiare a fondo gli atti, senza preoccuparsi di disinnescare delle vere e proprie trappole tecnico procedurali, che servono a poco».
Se avesse vinto il Sì, il Pm sarebbe davvero finito sotto il controllo del governo, anche se nella riforma questo non era scritto?
«Il meccanismo di sorteggio sbilanciato avrebbe permesso alla politica di incidere significativamente sulla nomina dei vertici degli uffici giudiziari e sulle carriere dei magistrati, condizionandone l'operato».
La riforma della giustizia non si farà mai più? Secondo lei servirebbe o no una riforma della Giustizia e del Csm?
«Serve innanzitutto una riforma che permetta di dare ai cittadini un servizio adeguato, con decisioni celeri e quanto più rispondenti alla verità sostanziale. Tutto ciò snellendo le procedure, adeguando le piante organiche dei magistrati e del personale amministrativo, dotando gli uffici di sistemi informatici efficienti e sicuri, rivisitando seriamente la geografia giudiziaria, anche con la soppressione di uffici dove non servono e il potenziamento di quelli in sofferenza».
Entrerà in politica già nelle elezioni politiche del 2027?
«Sono il felice procuratore di Napoli fino a luglio 2028».