Parlano tanto di difesa della Costituzione, di fascisti da ridimensionare ma, gratta gratta, si arriva agli organigrammi di potere. Quella sinistra che interpreta le dimissioni di un capo di gabinetto del ministero della Giustizia come il trionfo della volontà popolare, è la stessa che si sogna già a Palazzo Chigi. E che trasforma una fotografia in piazza del Popolo a Roma, dopo il No al referendum, nel manifesto rivoluzionario di quattro eroi che hanno appena espugnato il Palazzo d'Inverno. Bonelli-Conte-Fratoianni-Schlein, in ordine di apparizione, si sono già dimenticati degli altri imbucati che potrebbero sottrarre preziose poltrone di velluto rosso. Primarie o non primarie, la banda dei quattro ha già una minima idea di chi farà cosa. Schlein presidente del Consiglio, Conte presidente del Senato con vista sul Quirinale dopo il 2029, la sindaca Salis ministro dell'Interno. E fermiamoci qui. Le ubriacature politiche di norma portano al feroce mal di testa dopo una notte di baldoria. E un referendum vinto non è un viatico automatico per guidare il Paese.
Ecco, vadano pure avanti con il toto ministri. Perché, qui non si scappa, bisognerà pure arrivare a Bonelli alla Difesa, Landini al Lavoro, Gratteri alla Giustizia. Quelli li lasciano a casa? Un conto sono le ammucchiate referendarie, un'altra una coalizione credibile che sappia separare la piazza dalla gestione del Paese. Ma i nomi sono sempre i soliti, del resto la Schlein ha già escluso dalle primarie tecnici ed esterni: i professori e la società civile vanno bene solo nei governi in cui loro non possono comandare. Negli ultimi mesi i leader della sinistra radicale hanno difeso Hamas, attaccato Trump, chiesto l'arresto di Netanyahu, solidarizzato con i giudici che liberano gli stupratori clandestini. Un bel programma da sottoporre agli elettori.
Dopo i governi politici e quelli tecnici, non vorremmo mai vedere una nuova categoria: quelli da incubo.