Che sfiga Sal Da Vinci, il fuorionda imbarazzante e l’Iran: quindi, oggi…

Scritto il 05/03/2026
da Giuseppe De Lorenzo

Quindi, oggi…: la guerra di Trump, piovono panetti di droga e le chiacchiere del Comune
  • Siamo un Paese destinato a morire. A morire. Dovete sapere che un comune nel Pavese un bel giorno si trova ad organizzare la festa di carnevale e che fa? Decide di comprare le chiacchiere, il dolce tipico. Solo che se ne è dimenticato. Quindi un consigliere di maggioranza chiede al padre la tessera della Metro, le va a comprare e poi - come giusto che sia - il Comune rimborsa il tutto. Costo totale dell’operazione: 30 euro. Solo che l’opposizione (altro da fare non ne avevano?) fa ricorso e la faccenda - ripeto: per 30 euro - arriva in Corte dei Conti che punisce il sindaco. Per quale motivo? Burocratico. Ma non per aver utilizzato la tessera della metro del padre del consigliere e averlo poi risarcito. No. Ma perché la somma spesa per i dolcetti “non corrisponde né a finalità istituzionali né è in alcun modo sussumibile tra le fattispecie di spesa che presuppongono esigenze indifferibili ed urgenti di funzionamento degli uffici, con la conseguenza che la stessa non poteva essere legittimamente effettuata attraverso la procedura economale”. Sintesi: la felicità dei bambini non consente deroghe al normale iter per l’acquisto di beni. Quindi? Quindi secondo la Corte dei Conti i piccoli travestiti da pagliacci avrebbero dovuto festeggiare il carnevale senza i dolci perché la burocrazia ci impone di seguire questa o quella regola. Per 30 benedetti euro. TRENTA. Che poi, scusate: ma sarà il Comune a decidere se regalare un paio di chiacchiere ai suoi cittadini è o meno “finalità istituzionale”. No?

  • Storia meravigliosa. Nel carcere di Prato, nel campo da calcetto, a un certo punto piovono panetti di droga. Scoppia un putiferio, con i detenuti che affrontano gli agenti in inferiorità numerica. Piove droga in carcere, capito? Facciamo fatica a tenere l’ordine dietro le sbarre, figuratevi fuori.

  • Doppia sfiga per Sal Da Vinci. Prima vince Sanremo mentre Donald Trump scatena l’inferno in Iran, e vuoi o non vuoi i media sono più impegnati a dar conto della guerra che del Festival. Che infatti, a pochi giorni dalla fine, è già scomparso. Poi, il giorno del suo rientro a Napoli — dove l'avrebbero accolto come Maradona — si svolge il funerale del piccolo Domenico e deve rimandare tutto. Speriamo che almeno non annullino l’Eurovision, sennò è iella vera.

  • Io mi domando e dico: ma giudici e magistrati si rendono conto del ruolo delicato che ricoprono? A un medico chiedo di non drogarsi in ambulatorio poco prima di operarmi, o almeno di non farsi vedere. E a una toga domando di apparire imparziale. Punto. Per questo mi scandalizza quel fuorionda dall’Università della Val d’Aosta in cui si sente un gran professore, che aveva scritto un parere pro veritate sull’eleggibilità del governatore, discutere col presidente del tribunale del ricorso pendente in aula e che potrebbe far decadere il suo “cliente”. Muore nessuno per quell’audio? No. Però dimostra una gestione un po’ allegra dei rapporti in quel mondo lì. Il presidente del tribunale avrebbe dovuto banalmente stoppare il collega costituzionalista e dirgli: di questo, fuori dall’aula, non parlo. Fine della storia.

  • Ma la cosa migliore di quell’audio è la prima parte. Quando il presidente del tribunale, Giuseppe Marra, chiede a Enrico Grosso quanto tempo vuole per sostenere le sue tesi. Quest’ultimo domanda un po’ di margine in più, che gli viene accordato perché “è più difficile spiegare le ragioni del No”. Il che è comprensibile: infatti sono così pochi i motivi per votare No che, per spiegarlo alla gente, bisogna arrampicarsi sugli specchi. Oppure sparare scemenze tipo quelle di chi pensa che così la magistratura finirà nelle mani del governo.

  • Ah, in Spagna, il Paese oggi decantato per la scelta di Pedro Sánchez di non cedere le basi agli americani, il potere giudiziario viene nominato dal governo. Così, tanto per…

  • Mi piace la guerra di Donald Trump? No. È carino affermare che il regime iraniano non può scegliere il successore di Khamenei perché deve chiedere il permesso agli Usa? Sì. Però, insomma, non è che i suoi predecessori facessero le cose molto diversamente. Magari erano più ipocriti e basta. E usavano la vecchia scusa dell’esportazione della democrazia a suon di bombe. Il risultato non cambia.