Marco Aurelio, il filosofo che parla a tutte le epoche

Scritto il 05/07/2026
da Barbara Castiglioni

Il 16 luglio 1966, Emil Cioran scriveva: "ho appena letto sul Sunday Times di questa settimana un articolo di Raymond Mortimer contro Marco Aurelio, che secondo lui sarebbe stato un pedante, un filisteo, un ipocrita. Evidentemente si può dire di tutto. Mi è montato il sangue alla testa e stavo quasi per scrivere una lettera di insulti all'autore. Poi, pensando all'imperatore, mi sono calmato. Inoltre, che bisogno c'è di leggere i giornali?".

L'irritazione di Cioran, uomo mai troppo diplomatico, non deve sorprendere: perché Marco Aurelio, l'imperatore filosofo di cui ogni epoca ama pensare di aver bisogno, era, di certo, un uomo notevole. Nato a Roma nel 121 d.C., orfano di padre da bambino, riceve una sontuosa educazione in lettere, diritto, eloquenza e filosofia, e aderisce allo stoicismo, che influenza profondamente il suo modo di vivere. Scelto come successore da Adriano, adottato da Antonino Pio, Marco Aurelio diventa imperatore nel 161 e condivide il potere con Lucio Vero. Il suo regno fu segnato da continue guerre: contro i Parti in Oriente e soprattutto contro le popolazioni germaniche che minacciavano i confini del Danubio e arrivarono fino in Italia. Marco Aurelio guidava personalmente le campagne. Ed è molto spesso nel corso di queste campagne militari che l'imperatore scrive i suoi Pensieri (ora nell'edizione de La vita felice curata da Martino Menghi, pagg. 364, euro 18), che gli conferiscono l'aura dell'imperatore filosofo. Non a caso, ad Atene, organizza l'Università, dove quattro cattedre sono riservate alle quattro maggiori scuole filosofiche (Platone, Aristotele, la Stoa ed Epicuro).

Marco Aurelio era molto stoico; si tratteneva, e ne era felice: era grato, ad esempio, di non aver mai toccato Benedetta e Teodoto con ogni probabilità due schiavi e di essere guarito, in generale, dalle passioni amorose; sapeva, e continuava a scrivere, che l'uomo ha un tempo limitato, e non smetteva di dar prova di esserne consapevole.

Cosa fare, sapendo di non essere nulla, di avere poco tempo e molti limiti? Nella mitologica scena di Io e Annie, davanti allo psichiatra, il bambino depresso di Woody Allen, persuaso della vanità di ogni azione perché l'universo si dilata, "un giorno scoppierà, e sarà la fine di tutto", aveva anche smesso di fare i compiti. Non troppo diverso da Woody nell'idea centrale del suo pensiero - "Presto sarai cenere o scheletro e solo un nome o forse neppure un nome: e il nome è solo un nome e forse neppure un nome: e il nome è solo un eco" - Marco Aurelio, però, si consolava, stoicamente, con l'idea di venerare e benedire gli dèi, "far del bene agli uomini, sopportarli e astenersi, e ricordare che tutto ciò che accade fuori dal tuo misero corpo e dalla tua misera carne non è tuo né dipende da te". Una sorta di scommessa pascaliana, ma molto meno ottimista e più stoica.

È difficile non avvertire, in molti dei pensieri dell'imperatore filosofo, l'eco delle parole di Seneca e del suo monito a vivere intensamente e secondo virtù il nostro presente, l'unica dimensione che ci appartiene, come osserva Martino Menghi nella sua bella, breve introduzione. Ed è difficile non pensare al monito più sublime a cogliere l'attimo presente che la letteratura abbia mai avuto, quel Carpe diem di Orazio così poco compreso. Nessuno, tanto meno Orazio, può averci mai creduto davvero. Perché in fondo, come scriveva Leopardi nello Zibaldone, Marco Aurelio e gli altri stoici non erano felici; ma avevano una grandezza d'animo che li rendeva superiori alla comune miseria degli uomini.