New York non ha vinto soltanto un titolo Nba, ha riaperto una stanza chiusa da cinquantatré anni, con dentro l'odore della vecchia America, dei taxi gialli, delle insegne al neon, dei playground violenti, del Madison Square Garden quando era più teatro popolare che salotto per miliardari. L'ultima volta era il 1973, un'altra città, un altro mondo. New York era sporca, drogata, unta, pericolosa, tossica, aveva addosso la febbre della metropoli che puzzava di soldi infiniti della Quinta e di miseria polverosa di Harlem. La squadra della città più importante del mondo era diventata piccola proprio nel momento sbagliato. E invece, dopo mezzo secolo di cadute, la Grande Mela si è ripresa l'anello. L'ha fatto non con il campione disegnato dal marketing delle scatole dei cereali troppo zuccherati, non con il prescelto da copertina, ma con Jalen Brunson, il sottovalutato per eccellenza, l'uomo che non sembrava abbastanza alto, grosso, potente, veloce finché non ha costretto tutti a guardarlo dal basso.
Brunson MVP delle Finals è una sentenza politica, non ha vinto perché più spettacolare, ma perché più adulto. Non ha dominato con l'arroganza del fenomeno, ma con la precisione dell'uomo che sa sempre cosa fare. La Big Apple, dove non sei nessuno anche se hai un miliardo, ha trovato in lui il suo volto migliore: basso profilo, nervi d'acciaio, nessuna concessione al superfluo. Gli Spurs hanno avuto talento, lampi, futuro, errori tragicomici. Per lunghi tratti sono stati sempre avanti ma non quando contava davvero. Wemby resta un prodigio, forse il domani della lega, ma le Finals non sono una mostra al Moma, bensì un tribunale. E lì il talento non basta, occorre saper incassare, scegliere, perdere sangue senza perdere lucidità. San Antonio ha preso una lezione durissima. Wembanyama lo sa.
Ma questa era la notte di New York, della città che ha visto tutto, comprato tutto, perso tutto e finalmente ha potuto urlare di gioia fino a sgolarsi. Gli incidenti dopo le partite sono stati una vergogna così grande per la NBA che li mettiamo come note a margine. Cinquantatré anni dopo, i Knicks non appartengono più ai filmati ingialliti, sono materia viva, presente, festa. Manhattan non celebra una coppa, ma la fine di un incantesimo. E il Garden è tornato allo splendore delle sfide tra Rocky Marciano vs Joe Louis.