Per tutto il giorno si è temuto che si trattasse del pericoloso virus Ebola. Ma in serata, come comunicato dal ministero della Salute, il sospiro di sollievo: le due persone rientrate dall’Uganda con sintomi febbrili e ricoverate all’ospedale Sacco di Milano sono negative ai test. Stamane il dicastero aveva spiegato con una nota che erano in corso "attualmente in corso approfondimenti sanitari relativi ad alcuni soggetti rientrati nelle scorse ore dall’Uganda e sottoposti, a titolo precauzionale, a valutazione clinica specialistica presso strutture ospedaliere ad alta specializzazione”.
Le due persone che presentavano febbre erano state trasferite all’ospedale Sacco di Milano, struttura specializzata nella gestione delle malattie infettive ad alto rischio e dotata di sistemi di massimo biocontenimento. Nella struttura d'eccellenza milanese si sono svolti gli accertamenti diagnostici previsti dai protocolli nazionali e internazionali.
Parallelamente, i familiari delle persone ricoverate sono stati sottoposti a sorveglianza sanitaria e monitoraggio da parte delle autorità competenti. “Il ministero della Salute, attraverso il Dipartimento della Prevenzione, è in contatto con la Regione Lombardia che si è subito attivata”, si leggeva ancora nella nota ufficiale.
Ministero della Salute: "Il rischio in Italia resta molto basso"
Il ministero aveva rassicurato che il rischio Ebola in Italia "resta molto basso". "Il sistema nazionale di preparazione e risposta alle emergenze infettive è pienamente operativo e tutte le procedure previste per la gestione di eventuali casi sospetti risultano attivate", assicurava il ministero della Salute che "continuerà a fornire aggiornamenti ufficiali sulla base dell'evoluzione del quadro epidemiologico e degli esiti diagnostici in corso. Il rischio in Italia resta molto basso", si conferma nella nota.
Uomo e donna 30enni, per lei ipotesi malaria
L'assessore al Welfare della Regione Lombardia, Guido Bertolaso, ha fornito qualche informazione sui pazienti ricoverati. "Sette cittadini italiani, componenti di due famiglie diverse, sono rientrati dall'Uganda, da una zona che si trova non lontano dal confine con il Congo e il Ruanda. Sono rientrati dopo una permanenza in quei territori di circa 3 mesi. Sono dei cooperanti, dei volontari che si sono recati in quei territori per prestare il loro aiuto a favore di popolazioni che sicuramente vivono in condizioni molto più difficili e problematiche delle nostre. Rientrati in Italia, 24 ore fa, due di questi cittadini durante la notte hanno manifestato una sintomatologia di febbre, in un caso molto alta con nausea, vomito, diarrea, e anche una leggera sintomatologia di carattere neurologico. Pensiamo con i colleghi dell'ospedale Sacco di Milano che probabilmente la causa più possibile". Questo caso nello specifico riguarda "una ragazza trentenne, madre. La figlia, proprio nel corso della loro permanenza in Uganda, ha sviluppato la malaria. Quindi c'è anche un precedente nel nucleo familiare che ci fa pensare che possa essere questa la causa di una sintomatologia così seria da parte di questa signora", in uno dei due casi, "sia quella di una malaria, magari anche malaria cerebrale, che è purtroppo una delle condizioni più serie di chi viene colpito da questa malattia, ha detto durante una conferenza stampa.
L'altro caso, ha proseguito, "riguarda il componente di un'altra famiglia, un uomo di 31 anni, che invece ha una temperatura corporea leggermente superiore" alla norma, "37,5-38 gradi, con sintomi vaghi di problematiche di tipo intestinale che potrebbero essere legati a un fenomeno gastroenterico derivante da un cambio di territorio o quant'altro. Però - ha chiarito l'assessore - poiché provengono da una zona che è interessata in questo momento dall'epidemia di Ebola" da virus Bundibugyo in corso nella Repubblica Democratica del Congo con casi anche in Uganda, "ovviamente è scattato immediatamente quello che è il nostro meccanismo di vigilanza e di sorveglianza".
Oltre 900 casi sospetti in Congo
Intando, hanno ormai superato quota 900 i casi sospetti di Ebola nella Repubblica democratica del Congo, secondo l'ultimo aggiornamento diffuso dal ministero della Sanità del Paese. Secondo i dati al 23 maggio, il focolaio da virus Bundibugyo risulta attivo in 3 province: Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu. Sul totale di 904 casi sospetti cumulativi, distribuiti in 11 zone sanitarie del Paese attualmente colpite dal virus, quelli finora confermati in laboratorio sono 101.
I decessi sospetti secondo il rapporto sono 119. E al momento sono stati identificati 1.817 contatti, anche se il tasso di monitoraggio resta ancora basso (20%). I numeri delle infezioni sospette sono dunque in crescita, "con l'intensificarsi delle attività di sorveglianza nella risposta all'epidemia", evidenzia in un post su X il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) Tedros Adhanom Ghebreyesus che avverte anche delle difficoltà in cui ci si sta muovendo.
"Nella provincia di Ituri, epicentro dell'epidemia, quasi 5 milioni di persone vivono in una situazione di conflitto in corso. Oggi, 1 persona su 4 ha bisogno di assistenza umanitaria e 1 su 5 è sfollata internamente. La violenza sta costringendo le persone a fuggire, compresi gli operatori sanitari e umanitari. Ciò sta ostacolando gravemente gli sforzi per intensificare il tracciamento dei contatti e identificare le infezioni in tempo utile per fornire assistenza. L'insicurezza persistente e la paura alimentano inoltre la sfiducia all'interno delle comunità". In questo momento, continua il Dg Oms "i partner umanitari e sanitari mantengono una presenza in tutto l'Ituri, anche in alcune delle aree più difficili da raggiungere e più insicure".
E la situazione è complicata anche dal fatto che "le comunità si trovano ad affrontare non solo la minaccia dell'Ebola, ma anche una vasta gamma di malattie". I partner sul campo stanno supportando l'erogazione di diversi servizi: assistenza sanitaria materna, riproduttiva, neonatale, dell'infanzia e dell'adolescenza - elenca - trattamento della malnutrizione acuta grave con complicanza, servizi di salute mentale, cura delle ferite e supporto per le vittime di violenza sessuale, forniture mediche, vaccinazioni di routine, servizi sanitari comunitari. Fornire un pacchetto completo di servizi è essenziale, non solo per soddisfare i bisogni sanitari urgenti, ma anche per costruire la fiducia che è fondamentale per una risposta efficace ad Ebola".

