Nuovo «no» dei giudici al dissequestro dell'altoforno 1 dell'ex Ilva di Taranto. A nove mesi dall'incidente che ha messo fuori uso uno degli asset chiave della produzione di acciaio del gruppo siderurgico, la Procura di Taranto nella persona del gip Mariano Robertiello ha rigettato nuovamente l'istanza di dissequestro presentata dai commissari straordinari per svolgere (dopo oltre 270 giorni) ulteriori accertamenti.
Un «no» che impatta nella ripartenza di un polo produttivo di interesse nazionale e che costa e costerà tantissimo all'ex Ilva in amministrazione straordinaria, e quindi alle casse pubbliche. Secondo le indiscrezioni raccolta dal Giornale sulla base di calcoli messi nero su bianco dai commissari per tentare di convincere la procura, sperando che potesse coglierne opportunamente spunto per il dissequestro, in questi 282 giorni i danni diretti e indiretti causati dallo stop protratto dal gip ammontano a 1,2 miliardi.
Conto che raddoppierà a 2,4 miliardi per riavviare, quando sarà possibile e consentito dalla Procura, l'attività dell'altoforno: il tempo stimato è infatti quello trascorso fino a oggi, ovvero nove mesi. Nel dettaglio, 4,2 milioni di euro sono stati bruciati ogni giorno per la mancata produzione di ghisa e per il mantenimento in riscaldo degli impianti (si tratta quindi di 1,18 miliardi in 282 giorni). A questi vanno aggiunti i costi mensili legati al ricorso aggiuntivo alla Cigs, circa 5,3 milioni al mese (50 milioni totali) e i costi di ripristino danni e mancato riavvio (5,79 milioni).
Considerato poi che lo spegnimento anomalo dell'altoforno dovuto al sequestro senza facoltà di svuotamento dell'acciaio presente al suo interno comporterà manutenzioni straordinarie della durata di circa nove mesi, il danno raddoppia: ulteriori danni produttivi per 1,1 miliardi e 47 milioni di euro di Cigs aggiuntiva. Il che porta il conto finale e potenziale a 2,4 miliardi. Il doppio di quanto speso nell'ultimo anno in manutenzioni. Una voragine che ha quale unica responsabile la Procura di Taranto. Ovviamente, un totale non definitivo che dipenderà da quanto durerà ancora il sequestro e da quanto costeranno le nuove manutenzioni straordinarie di Afo1. Costi extra di cui nessuno risponderà. In udienza, il pm Mariano Buccoliero ha sostenuto che il mantenimento del sequestro era finalizzato a ulteriori accertamenti sull'impianto chiesti dai consulenti della Procura verso la fine del 2025. E questo, nonostante il legale dell'azienda aveva osservato che gli accertamenti ulteriori chiesti, erano già stati prefigurati a luglio, ma furono allora scartati poichè ritenuti non necessari dalla consulente incaricata dalla Procura. Questi nuovi accertamenti, ha argomentato in udienza il legale di Acciaierie d'Italia, si potevano fare mesi fa e nessuno allora avrebbe mosso particolari obiezioni, mentre farli ora non solo mantiene il sequestro probatorio, ma contrasta soprattutto con gli orientamenti della Corte di Cassazione per la quale questa tipologia di sequestro deve avere tempi i più stretti possibile.
Adesso l'azienda impugnerà il «no» al dissequestro in Cassazione. Ma il danno è concreto e indietro non si torna. E nonostante i Governo stia facendo di tutto per fare ripartire il siderurgico, la Procura a Taranto persevera nell'essere da decenni - con le sue scelte - protagonista di una storia senza lieto fine.

