È tutta una contraddizione. Donald Trump vorrebbe comprare un Paese che ha gli abitanti di Trapani (circa 55mila) e che ha le dimensioni dell'Arabia Saudita, che è la più grande isola non continentale del Pianeta nonché il territorio meno densamente popolato. In gioco ci sono delle rotte commerciali che il cambiamento climatico sta rendendo praticabili (ma Trump ufficialmente non ci crede, nel cambiamento climatico) e che sarebbero capaci di ridurre del 3040 per cento i tempi di percorrenza tra Asia ed Europa rispetto al Canale di Suez.
La Northern Sea Route, lungo le coste russe, è già operativa ed è stata militarizzata da Mosca; il Northwest Passage canadese resta giuridicamente conteso; la futura rotta transpolare, che attraverserebbe l'Artico centrale, trasformerebbe la Groenlandia in un appoggio inevitabile per traffici civili e militari. Ecco, militari: forse è per questo che Trump ha detto "abbiamo assolutamente bisogno della Groenlandia" e che l'ha descritta come "circondata da navi russe e cinesi": anche se gli Usa già possiedono Pituffik Space Base (l'ex Thule) che è fondamentale per il sistema di allerta antimissile e per il controllo radar delle traiettorie intercontinentali. Però è vero, Russia e Cina hanno sempre più navi, sottomarini, rompighiaccio e petroliere. Ecco, c'è il petrolio, anche se è vero che le compagnie erano già tutte qui: c'erano Chevron, Exxon, Shell, Texaco, Phillips, ma se ne sono andate tutte dal 2000 ai primi 2010, il petrolio offshore costa troppo, fa freddo e gli iceberg vagano per buona parte dell'anno. Però c'è l'uranio, e le famose terre rare, anzi no: la loro estrazione dal 2021 è stata fermata da una legge voluta dagli indipendentisti Inuit (Ataqatigiit) anche se è vero che il sito di Kvanefjeld (Kuannersuit) è tra i più ricchi conosciuti: ma si parla di un potenziale, non è un rubinetto pronto da aprire; servirebbero almeno vent'anni per portare quei materiali sul mercato e il problema non è l'estrazione, ma è la separazione chimica dei singoli metalli che è un processo di cui la Cina ha il monopolio: non solo delle filiere, ma del know-how e di brevetti sviluppati in decenni di noncuranza ambientale.
Ecco, l'ambiente, altra contraddizione: dagli anni Settanta Greenpeace e fece una grande campagna contro la caccia alle foche e l'effetto fu una demonizzazione di qualsiasi prodotto derivato: si aggiunse un bando Ue del 2009 e l'esito fu che il mercato delle pelli groenlandesi ne uscì distrutto, e la stessa Greenpeace, nel 2014, dovette pubblicamente scusarsi perché la sua campagna aveva colpito una fonte di reddito centrale per secoli. Quindi niente foche, petrolio troppo caro, giacimenti bloccati, solo pesce (Trump ama le bistecche) in un Paese che ha il più alto tasso di suicidi al mondo e che è la regione della Terra che più assomiglia al continente antartico, dove infatti non vive nessuno; in compenso c'è un'incidenza altissima di malattie sessuali, di alcolismo e di violenza su minori, non c'è una rete stradale e non ci sono ferrovie (solo navi e aerei) e la capitale, Nuuk, ha gli abitanti di Cernusco sul Naviglio. Ma se Trump ha fiutato l'affare, l'affare c'è. La Danimarca versa all'Isola un sussidio annuale che corrisponde al 30 per cento del Pil e mantiene il controllo su finanze, politica estera e difesa militare, ma circa l'84 per cento dei groenlandesi vorrebbe l'indipendenza totale. Per Trump si tratta solo di rompere il ghiaccio.

