La strategia dell'Attorney General dell'amministrazione Trump, Pam Bondi, caratterizzata da un approccio aggressivo e orientato alla delegittimazione degli avversari piuttosto che alla conciliazione, risponde a una precisa necessità tattica: impedire che il baricentro della controversia si sposti dal contenuto dei documenti Epstein al sospetto di un loro possibile occultamento.
Durante la sua testimonianza al Congresso, Bondi ha dovuto affrontare attacchi particolarmente incisivi non solo dalle file democratiche, ma anche da un esponente storico del trumpismo: il rappresentante Thomas Massie. Questo corto circuito interno segnala che la questione potrebbe presto superare i confini della dialettica partitica per diventare un test di trasparenza istituzionale.
Quando uno scandalo evolve dal merito dei fatti ("cosa contengono le carte") alla gestione della verità ("perché non vengono mostrate"), il terreno di scontro cambia drammaticamente.
Se Bondi riuscirà a confinare la questione ai contenuti specifici del dossier, l'impatto sarà probabilmente assorbito dalla polarizzazione ordinaria; se invece dovesse radicarsi l'idea di una condotta protettiva da parte dell'esecutivo, il caso potrebbe trasformarsi in un evento molto più insidioso per la squadra di governo, rischiando di compromettere anche la tenuta della base più ortodossa.
Storicamente, il nocciolo duro del trumpismo ha mostrato una resilienza eccezionale, interpretando ogni accusa come una prova dell'ostilità dell'establishment. Tuttavia, la vicenda presenta una peculiarità distruttiva perché tocca l'abuso di potere e la tutela delle élite deviate, pilastri della sensibilità antisistema di tale elettorato.
Il rischio per Trump non è tanto una fuga massiccia di voti, quanto una smobilitazione dell'entusiasmo nelle elezioni di medio termine, dove la partecipazione è cruciale. Il sospetto che l'autorità protegga proprio quel deep state che ha promesso di combattere potrebbe rivelarsi così corrosivo da finire con l'essere determinante. Per controbilanciare questa narrazione, il presidente potrebbe essere spinto verso un bivio in politica estera. Da un lato, l'adozione di una postura visibilmente più internazionalista, con un sostegno convinto all'Ucraina e una linea assertiva verso l'Iran, servirebbe a recuperare credibilità presso i settori conservatori tradizionali e l'apparato di sicurezza, offrendo l'immagine di un leader forte. Dall'altro lato, con una visibile accentuazione del disimpegno internazionale, Trump consoliderebbe il blocco elettorale a lui più fedele, distogliendolo dalla focalizzazione sulla gestione opaca dell'affaire Epstein.
In ultima analisi, considerando il modo con il quale ha reagito in passato a questioni che hanno travolto tanti altri politici, è probabile che Trump scelga di accentuare i tratti America First della sua azione globale, nella consapevolezza che la sua forza risiede nella capacità di trasformare ogni attacco subìto in una prova di vigore identitario, mentre una sostituzione del proprio zoccolo duro con un elettorato più moderato apparirebbe ai suoi occhi un azzardo eccessivo, implicando un cambio di linguaggio che indebolirebbe i sostenitori più motivati senza garantire nuovi consensi.
La sua scommessa resterà dunque quella di ricondurre anche il dossier Epstein sotto l'ombrello del conflitto permanente con l'establishment, sperando che la logica della persecuzione politica prevalga sul dubbio dell'insabbiamento, anche grazie a una esacerbazione della sua più caratteristica politica estera.

