Il nuovo mondo di Trump: una sfida aperta alla Cina

Scritto il 06/01/2026
da Gian Micalessin

Il tycoon vuole applicare la dottrina Monroe e agita i vicini sudamericani. Ma è sulla Groenlandia che rischia di più

Il «cortile di casa» - caro ai teorici della Dottrina Monroe e dei corollari trumpiani - s'allarga sempre più. Da ieri, a dar retta a Donald Trump, il suo perimetro include non solo Colombia e Messico - colpevoli d'inondare di cocaina e fentanyl gli Stati Uniti - ma anche una Groenlandia che la Danimarca non sa difendere dalle «navi di Russia e Cina». E al di fuori di quel cortile anche l'Iran rischia grosso. Soprattutto se il regime continuerà il tiro al bersaglio sui dimostranti.

Il primo a dover fare attenzione è, però, il presidente della Colombia Gustavo Petro. Trump l'accusa infatti di controllare «fabbriche e raffinerie di cocaina». E ci aggiunge una minaccia ben precisa. «Non continuerà - dice - a farlo per molto». Con queste premesse Petro farebbe bene a dormire con gli occhi aperti. Anche perché i primi a non amare il 65enne presidente con nonna italiana e sinistri trascorsi da guerrigliero dell'M19 sono i militari del suo paese. Dunque un accordo tra Washington e i vertici delle Forze Armate colombiane sembrerebbe la via più facile per eliminare un presidente colpevole di condividere con Maduro le idee del «socialismo bolivariano». Ma nel mirino di The Donald c'è anche la presidente messicana Claudia Sheinbaum Pardo. Dipinta come una «brava donna» sempre «troppo spaventata dai cartelli» la Pardo è accusata di aver consegnato il paese al controllo dei narcotrafficanti impegnati a inondare l'America di fentanyl. Un'accusa a cui potrebbe far seguito l'intervento della Dea (la Drug Enforcement Agency già scesa sul campo in Venezuela) e delle forze speciali per colpire le roccaforti del narco-traffico. Ma in un paese dove esercito e forze dell'ordine stentano a garantire la sovranità statale un intervento esterno finirebbe con il delegittimare ancor di più la già debole presidente.

La bordata più eclatante di The Donald riguarda però una Danimarca colpevole di non fornire adeguata protezione ad una Groenlandia «circondata da navi russe e cinesi». Una constatazione seguita dalla minaccia di metter le mani - entro breve tempo - anche sull'isola considerata fino ad oggi parte inseparabile del regno di Danimarca. «Abbiamo bisogno - spiega Trump - della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale». Nell'ottica della Casa Bianca il controllo dell'isola è fondamentale per pareggiare lo sfruttamento dell'emisfero orientale dell'Artico da parte russa e l'apertura, per mano russa, del famoso passaggio a nord-est. Washington teme infatti che una mancata risoluzione della questione ucraina inneschi un'intesa Mosca-Pechino sullo sfruttamento dell'Artico. L'intesa garantirebbe ai cinesi non solo il transito lungo il passaggio di nord-est, ma anche lo sfruttamento dei giacimenti di minerali e greggio presenti sotto la calotta glaciale. Un eventuale colpo di mano trumpiano seguito da un'annessione forzata della Groenlandia rischia però di avere effetti devastanti sugli assetti della Nato e sui rapporti tra Usa ed Unione Europea. Uno scontro intestino tra Danimarca e Usa in seno alla Nato minaccerebbe di mandare definitivamente in pezzi l'Alleanza.

Il tutto mentre l'Europa, costretta a garantire la sovranità danese, vedrebbe ulteriormente compromessi i rapporti economici e politici con l'alleato americano. In fin dei conti insomma la parte più inoffensiva dell'esternazione trumpiana è forse quella dedicata a Cuba. Secondo The Donald le ultime e uniche entrate dell'isola dipendevano dal petrolio messogli a disposizione da Maduro. Dunque per vedere la fine di Cuba e del castrismo basterà attendere che «siano pronti a cadere».