Le urla della sinistra e la realtà dell'Italia

Scritto il 13/02/2026
da Vittorio Feltri

La nostra economia è oggi più robusta di quanto ci si aspettasse solo pochi anni fa, con esportazioni in crescita e indicatori di fiducia delle imprese non dissimili da quelli dei nostri principali partner europei

Gentile Direttore Feltri,
in questi giorni assistiamo a un bombardamento mediatico da parte della sinistra che descrive l'Italia come un Paese allo sbando, sotto una morsa repressiva, con un governo che starebbe introducendo misure liberticide, vietando le manifestazioni e comprimendo i diritti fondamentali. Le chiedo: è davvero questa la realtà? Siamo davvero in una situazione catastrofica oppure si tratta di una narrazione politica costruita per screditare il governo? Confido solo nella sua chiarezza.

Ivan Milano

Caro Ivan,
è vero, in questi giorni la sinistra ci sta somministrando un film già visto, ossia il racconto di un Paese allo sbando, sotto un governo che vorrebbe abolire i diritti, annientare la protesta, cancellare il lavoro e distruggere l'economia. È il copione catastrofista che ci ripete l'opposizione ogni volta che è in difficoltà e non sa come delegittimare una maggioranza solida che sta lavorando per il bene dell'Italia. Ma i dati reali dicono tutt'altro. Partiamo dai numeri più semplici: l'occupazione. Secondo le rilevazioni dell'Istat, il tasso di occupazione in Italia è salito a livelli record storici negli ultimi anni, raggiungendo oltre il 62,5% della popolazione attiva, un valore che non si vedeva da quando vengono raccolti questi dati e ben superiore ai livelli di un decennio fa. La disoccupazione, ferma intorno al 5,6%, è tra le più basse registrate nel nostro Paese negli ultimi lustri. Non è un caso isolato: già nel 2025 si era visto un crollo del tasso di senza lavoro con centinaia di migliaia di nuovi occupati e valori record nel tasso di attività giovanile, confermando che la tendenza positiva non è un'illusione da talk show. E se qualcuno vuole parlare di produzione industriale, dobbiamo guardare le serie storiche, non i titoli a effetto. L'industria italiana sta mostrando segni di resilienza, limitando le perdite rispetto alla media europea e addirittura registrando aumenti in alcune rilevazioni recenti su base annua. Questo vuol dire che, mentre altrove la manifattura rallenta più bruscamente, l'Italia tiene, grazie alla sua struttura produttiva diffusa e alle eccellenze export-oriented. Il Pil stesso sta crescendo. Nel quarto trimestre del 2025 il Prodotto interno lordo italiano ha registrato una crescita positiva dello 0,8% su base annua, la più alta da tempo, e le proiezioni di istituzioni europee e nazionali indicano una continuazione della crescita nei prossimi anni, con una previsione di aumento anche nel 2026 e nel 2027. Quindi, dov'è questa crisi? E non sono numeri sognati: sono conferme statistiche, fonti pubbliche, evidenze che non si possono buttare via perché danno fastidio alla retorica dell'apocalisse. A dirla tutta, secondo dati elaborati dalla Banca d'Italia e dall'Eurostat, la nostra economia è oggi più robusta di quanto ci si aspettasse solo pochi anni fa, con esportazioni in crescita e indicatori di fiducia delle imprese non dissimili da quelli dei nostri principali partner europei. Se qualche quotidiano internazionale osannato stroncava la nostra economia solo pochi mesi fa, è perché non si guarda a ciò che cresce, ma a ciò che stagna. È un gioco di prospettive: la nostra manifattura resta uno dei pilastri produttivi dell'Europa, generando quasi un terzo dell'attività totale del Paese e contribuendo in modo significativo al Pil complessivo. E allora arriviamo alla parte più incredibile della narrazione catastrofista: quella sulla libertà di manifestare. Secondo certi deputati e commentatori, qualsiasi norma che tenti di arginare la violenza nelle piazze sarebbe una morsa repressiva. Ma facciamo un passo indietro: nessuno ha vietato le manifestazioni pacifiche. Se un governo decide di intervenire per fermare prima chi è noto per scatenare violenza e distruzione, sta facendo il suo lavoro, non reprimendo il dissenso. La differenza tra protestare in piazza e trasformare una protesta in guerriglia urbana non è un dettaglio. È il senso stesso dello Stato di diritto. Arrestare o limitare chi ha storicamente compiuto azioni violente non è repressione: è prevenzione delle violenze e protezione dei cittadini onesti. Chi oggi si lamenta di una presunta restrizione delle libertà dimentica che le manifestazioni si svolgono liberamente in tutta Italia ogni settimana. Nessuno è stato arrestato per aver espresso un'opinione. Le norme mirano a chi storicamente trasforma le proteste in scontri e devastazioni. È demagogico sostenere che una misura per fermare i violenti sia una limitazione delle libertà civili. Sarebbe come dire che fermare un rapinatore prima che entri in una banca è una violazione della sua libertà di movimento. Insomma, caro Ivan, la fotografia reale dell'Italia non è quella dipinta dalla sinistra: non siamo un Paese in rovina, non siamo in una morsa liberticida, e l'economia mostra segnali di crescita e resilienza. Le spinte emotive servono a creare panico, non a informare. La verità, quando la si guarda con numeri e contesto, è molto meno drammatica di quanto si voglia far apparire nelle pagine delle dichiarazioni urlate.