"Sveglia alle 4,30 e via a sfidare la paura"

Scritto il 05/01/2026
da Maria Guidotti

Toscana, veterana del raid, racconterà per "il Giornale" l'altra Dakar: quella nascosta

Perché Le Dakar est le Dakar. Difficile descrivere il fascino di questa corsa contro il tempo e sospesa da esso. La mia prima partecipazione è stata nel 2012 in Argentina. Da allora non ne ho saltata una. Come voleva la tradizione, siamo partiti all'alba del primo gennaio tra un muro di folla: uomini, donne, nonni e bambini. Perché l'avventura non ha età, neanche i sogni. Da allora ogni gennaio il rito si ripete ed è così che sono giunta alla mia 15esima Dakar da giornalista.

Al bivacco di Yanbu affacciato sul Mar Rosso l'atmosfera è quella delle grandi occasioni. C'è l'entusiasmo del primo giorno di scuola nel ritrovare i compagni di mille avventure e la tensione cresce con l'ansia di capire cosa ci aspetterà. Dentro questa colorata carovana si mescolano sogni e paure. Ogni pilota ha un motivo personale per mettere in gioco la propria vita per due settimane e 8mila chilometri. La sfida è contro il cronometro e se stessi. In fondo vale anche per noi che li seguiamo. Ogni giorno sei chiamato a superare i tuoi limiti. Sì, l'avventura, sì dormire sotto le stelle, ma il fascino della tenda finisce quando il termometro segna due gradi nel deserto saudita. La sveglia suona sempre alle 4,30 del mattino quando è ancora notte fonda. I trasferimenti da bivacco a bivacco nella macchina al seguito sono interminabili, in media 6-7 ore. Lo scorso anno abbiamo percorso 1.200 km in un solo giorno come andare da Milano alla punta d'Italia. L'edizione 2026 riserva trasferimenti da 12 ore come Bisha-Al Henakiyah. Giunti al bivacco successivo, per noi giornalisti inizia il lavoro. Sotto un sole cocente si corre da nord a sud, solo che il bivacco si estende come 40 stadi di calcio. L'obiettivo è parlare con i big come con gli amatori, in fondo i più avventurosi, sono loro il vero cuore della corsa ideata da Thierry Sabine.

Perché soffrire allora? Perché la sfida è arrivare in fondo, scoprire che il deserto, con la sua dimensione quasi mistica, non è affatto il vuoto che si crede, ma l'espressione massima della libertà. La Dakar è un'avventura a cui è difficile dire di no, perché più che un rally è uno stile di vita che ti accompagna e ti rafforza. Parabola della vita: ogni giorno ti riserva una sorpresa e aiuta a conoscere un po' di più te stessa.

LA GARA: Il belga Guillaume De Mévius alla guida di una Mini, e lo spagnolo Edgar Canet (KTM) nelle moto, hanno vinto la prima tappa di 518 km, di cui 305 di prova cronometrata. Oggi la tappa di Al Ula di 500 km (400 di speciale).