Noi docenti dobbiamo essere formati meglio per capire anche quello che i ragazzi non dicono

Scritto il 26/03/2026
da Gilberto De Benedetto

Bisogna avere il coraggio di agire prima che possa essere troppo tardi

Ieri mattina poteva essere la tua scuola. Il corridoio che percorri ogni giorno, il cancello davanti a cui saluti distrattamente, il volto di uno studente che ti sembra "come tanti altri". Poi, all'improvviso, tutto si spezza. E quello che fino a ieri chiamavamo "normale fatica educativa" si trasforma in qualcosa di molto più oscuro. Quello che è accaduto a Trescore Balneario non è lontano, non è altro da noi: ci riguarda, ci attraversa, ci interroga nel profondo del nostro essere docenti.

Scrivo queste parole con il peso e la responsabilità di chi vive ogni giorno la scuola e, al tempo stesso, ascolta nel silenzio di uno studio terapeutico il dolore che i ragazzi non riescono a dire. I nostri studenti parlano, continuamente, anche quando non aprono bocca: parlano con uno sguardo che si abbassa troppo in fretta, con una mascella contratta, con un sorriso che non coincide con ciò che provano, con un corpo che si chiude o si irrigidisce. E noi? Noi siamo davvero ancora capaci di vedere?

Per questo oggi non possiamo più permetterci di improvvisare: serve una formazione seria, concreta, obbligatoria per tutti noi docenti, per imparare a leggere la comunicazione non verbale, la mimica facciale, quei segnali sottili che precedono l'esplosione del disagio; intercettare in tempo significa cambiare il destino di una relazione, e talvolta molto di più. Significa anche saper modificare il nostro modo di parlare, perché le parole possono accendere o disinnescare, ferire o contenere. Accanto a questo, dobbiamo avere il coraggio di introdurre un'educazione reale alla non violenza, non fatta di slogan ma di strumenti: insegnare ai ragazzi a riconoscere la rabbia, ad attraversarla senza distruggere, a stare nel conflitto senza trasformarlo in aggressione.

La violenza è un linguaggio appreso, e come tale può essere trasformato. Ma la scuola non può e non deve essere lasciata sola: è indispensabile una presenza stabile, quotidiana, capillare di psicologi specializzati nel disagio giovanile, professionisti che lavorino fianco a fianco con docenti e dirigenti, che leggano i segnali, che sostengano, che intervengano prima che sia troppo tardi. E poi c'è il punto più scomodo, quello che spesso evitiamo: i telefoni. Dobbiamo avere il coraggio di dire basta, senza se e senza ma. Il flusso continuo dei social espone i ragazzi a modelli aggressivi, alimenta dinamiche di emulazione, amplifica emozioni che non sanno gestire; la violenza diventa spettacolo e lo spettacolo diventa imitazione.

La scuola deve tornare ad essere uno spazio protetto, dove gli occhi si incontrano davvero e le relazioni non sono mediate da uno schermo. Colleghi, dirigenti, non possiamo più limitarci a commentare, a indignarci, a pensare che "non succederà qui": dobbiamo formarci, collaborare, pretendere risorse, prendere decisioni anche difficili. Perché ogni segnale che ignoriamo oggi rischia di diventare un grido domani. E noi abbiamo ancora il dovere, e forse l'ultima occasione, di ascoltarlo.

*Psicologo e psicoterapeuta, docente di scuola media superiore