L'avviso condito da minacce arriva al mattino alla ministra ribelle nelle parole del collega che si occupa dei rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. Una disamina tecnica delle opportunità e dei rischi che corre, quelle che sanno fare solo uomini di frontiera come i friulani. «Non arriveremo a sfiduciarla - confida Ciriani - si dimetterà prima. Altrimenti non avrà più un futuro politico. Il Parlamento la prossima volta lo vede con il binocolo. È una vicenda che dimostra come il Potere sia una droga che molti non sanno gestire». Parole di ghiaccio adatte ai momenti difficili, quelli in cui non puoi lasciarti andare ai sentimentalismi, quelli in cui le amicizie, la fratellanza lasciano il campo ai calcoli politici.
È il metro che usa Giorgia Meloni nel tentativo di trovare una via d'uscita dalla sconfitta referendaria. È quello che anima la Santanchè concentrata a vendere al meglio la pelle. Due teste sono saltate per il voto di domenica (Bartolozzi e Delmastro) in più il ministro Nordio ha accettato il martirio alla Camera dove tutte le opposizioni lo hanno assalito al grido «dimissioni»: non si è tirato indietro, nell'aula di Montecitorio sembrava San Sebastiano trafitto dalle frecce. «Mi hanno dato la croce - ha sussurrato - di un referendum politico. Una croce non solo mia ma fa parte del gioco».
E poi c'è lei, Danielona. Nel pomeriggio di ieri è arrivato il suo turno. È salita sul patibolo. L'ultima vittima della mattanza. La Santanchè si dimette dopo un colloquio con la premier mediato dall'amico La Russa, una lettera e una premessa: i due potenti consiglieri, Fazzolari e Donzelli, hanno raccontato alla Meloni che Delmastro non avrebbe lasciato il posto se non l'avesse fatto pure la ministra. Siamo ai lunghi coltelli. Alla fine però la ministra cede con una richiesta: «Dovete riconoscermi - spiega nell'interlocuzione a tre - l'onore delle armi. Non posso essere associata a Delmastro anche perché sul referendum mi avete addirittura nascosto, io di questa sconfitta non ho colpe. Obbedisco con amarezza e obbedisco solo perché nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altre». «L'onore delle armi»: la ministra lo avrebbe preteso nell'aula di Montecitorio, una prospettiva intrigante sul piano mediatico. Esigeva un minimo di soddisfazione, voleva uscire di scena dalla porta principale e non da un pertugio secondario per un'emergenza che non è la sua. «Daniela - sospira il compagno di partito milanese De Corato che la conosce bene è una fatta così». Solo che il momento per palazzo Chigi e drammatico e per non essere accusata di aver giocato per l'avversario alla fine ha ceduto. Non ha preteso i riti per non recare danno alla premier. «In questo paesi di miscredenti - sospirava ieri Gianfranco Fini, che ha cresciuto tutti quelli di Fratelli d'Italia, nel corridoio dei passi perduti - si sono dimenticati pure i riti. Il punto però è un altro. Il problema di questa sconfitta non è la Santanchè ma il messaggio che gli elettori hanno mandato alla maggioranza: è stato un voto politico che ha anche ricordato al governo che le ultime elezioni le ha vinte solo perché c'erano tre poli. Ora i poli sono diventati due e il referendum ha anticipato il possibile esito della battaglia. È un segnale perché non si può fare politica senza conoscere l'aritmetica».
Il futuro della «sacrificata»? «Se Vannacci l'accetta - insinua il forzista Sorte - potrebbe anche andare in lista con lui». Rimangono, però, molti altri capitoli aperti. Troppi. E non c'è ancora una regia chiara. L'azzurra Cristina Rossello racconta che dentro Fdi su input della premier c'è chi ancora ragiona sulle elezioni a giugno. Il leghista Durigon ne parla senza convinzione anche perché dovrebbe lasciare la poltrona di vice-ministro. «Non ci credo - osserva - se ci provi rischi di beccarti il governo tecnico». E la confusione regna sovrana. «La Meloni - racconta la leghista Matone - si è barricata a Palazzo Chigi. C'è un tale casino in giro».
Le teste sono state tagliate. Ma non basta. Manca ancora la strategia mentre nel campo opposto la vittoria unisce. C'è un'euforia esagerata che a sinistra è sempre foriera di guai. Mezzo Pd scommette su Giuseppe Conte alle primarie. «È una questione di standing - confessa uno degli attori principali - e poi garantirebbe un po' tutti: con lui premier ci sarebbero più ministri del Pd, ma soprattutto, se si vincessero le elezioni ci sarebbe pure un pd al Quirinale». Equilibri e calcoli già confezionati che ricordano quelli della gioiosa macchina da guerra di Occhetto.

