Per oltre un decennio è stato l'uomo che sapeva tutto. Oggi è l'uomo che ha raccontato tutto, o quasi. Hugo Armando Carvajal, 65 anni, ex capo dell'intelligence militare venezuelana e fedelissimo di Hugo Chávez tanto da essere soprannominato, negli anni d'oro del chavismo, il «secondo Hugo» è il supertestimone chiave dell'accusa statunitense contro Nicolás Maduro. La sua parabola, da pilastro del regime bolivariano a collaboratore della giustizia federale americana, è forse il simbolo più inquietante della natura criminale del chavismo.
Generale di tre soli più se ne portano sulle mostrine, più si sale nella gerarchia dell'Esercito venezuelano Carvajal ha diretto per anni la Direzione generale dell'Intelligence militare (Dgim), snodo centrale tra Forze armate, apparati d'intelligence cubani, guerriglie colombiane e reti del narcotraffico. Non un comprimario, ma uno degli uomini chiave di Chávez. È lui che, secondo gli atti giudiziari statunitensi, ha fatto da cerniera tra le FARC colombiane e il vertice politico-militare di Caracas, contribuendo a trasformare il Venezuela in un hub logistico della cocaina diretta verso Stati Uniti ed Europa.
La rottura con Maduro arriva dopo il 2014, quando l'allora presidente arriva a minacciare l'isola di Aruba per impedirne l'arresto su richiesta statunitense. Tornato a Caracas come un eroe, Carvajal comprende però che il sistema sta implodendo e, nel 2019, prima riconosce Juan Guaidó come presidente ad interim, poi fugge in Spagna, portandosi dietro quella che gli analisti definiscono «la memoria operativa di un narco-Stato». Dopo una lunga latitanza e un complesso contenzioso giudiziario, viene estradato negli Stati Uniti nel 2023.
Nel giugno 2025 si dichiara colpevole davanti al giudice federale Alvin Hellerstein, lo stesso che presiede il processo a Maduro. Da quel momento avvia una cooperazione riservata con i procuratori del Southern District di New York e, in una lettera pubblica indirizzata a Trump, parla senza ambiguità: conferma l'esistenza del Cartello de los Soles i «soli» sulle mostrine dei generali chavisti accusa Caracas di aver utilizzato la cocaina come «arma strategica» contro Washington e indica il ruolo dei servizi cubani nel disegno criminale.
Ma le dichiarazioni del «Pollo» altro soprannome di Carvajal dovuto al suo collo lungo e alla testa minuta non si fermano al narcotraffico. Il supertestimone racconta l'uso sistematico di bande armate come il Tren de Aragua per il controllo del territorio e la proiezione criminale in tutto il continente americano, oltre ai legami con le FARC e con l'ELN, altro storico gruppo guerrigliero colombiano. Testimonianze che trovano riscontro in numerosi dossier federali statunitensi e che collocano Maduro e Diosdado Cabello ai vertici di un'organizzazione definita dagli Stati Uniti come narco-terrorista.
Tecnicamente, Carvajal è ancora in attesa di sentenza. Ed è proprio questo, insieme alle migliaia di documenti custoditi per anni, a rendere la sua collaborazione tanto preziosa quanto pericolosa per l'ex dittatore venezuelano. Più parla, più il quadro accusatorio contro Maduro che rischia l'ergastolo si consolida. E più emerge una verità scomoda: il chavismo non è degenerato in un sistema criminale, ma è nato così, pur presentandosi alla narrativa occidentale come il regime «dei poveri e degli ultimi», in quella che appare come una delle più clamorose eterogenesi dei fini della storia contemporanea.
Per Maduro, «il Pollo» che in passato ha affermato l'esistenza di finanziamenti occulti a leader e movimenti tra cui Podemos in Spagna e i 5 Stelle in Italia rappresenta il peggior incubo possibile: non un oppositore esterno ma una creatura del regime di cui oggi è l'accusatore più letale.

