Una giornata distopica. Vissuta sulla direttrice che per tutta la giornata di ieri ha idealmente collegato Italia e Algeria. A Roma, Daniela Santanché tenta per tutta la mattina di imbullonarsi al ministero del Turismo, provando a respingere il pressing dell'amico di sempre Ignazio La Russa («così stai danneggiando te stessa, Giorgia e tutto il partito», le avrebbe detto il presidente del Senato) mentre poco dopo pranzo il ministro della Giustizia Carlo Nordio si presenta alla Camera per il question time e spiega di non avere «alcuna intenzione» di dimettersi. A mille chilometri di distanza, Giorgia Meloni atterra ad Algeri per una visita di Stato già in agenda da prima del referendum e un bilaterale con il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune che ha l'obiettivo di rafforzare la cooperazione sul gas tra i due Paesi. Sul tavolo c'è il rapporto tra Eni e l'algerina Sonatrach, che affonda le proprie radici nella stagione di Enrico Mattei, e il gasdotto TransMed, che lungo 2.475 chilometri collega il giacimento di Hassi R'Mel nel deserto algerino a Mazzara del Vallo in Sicilia. Eppure la giornata della premier ad Algeri è scandita dalle notizie che arrivano da Roma, dove le dimissioni attese ma non scontate della Santanché tengono banco, e da Bruxelles, dove i rappresentanti del Consiglio Ue e del Parlamento europeo decidono al terzo round di votazioni di assegnare alla francese Lille e non a Roma la nuova sede dell'Autorità doganale europea (con un indotto stimato di cento milioni di euro e mille posti di lavoro).
Dopo la débâcle referendaria e le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, è d'altra parte inevitabile che la politica italiana sia tutta concentrata sulla resistenza a oltranza di Santanché, che non ha fatto un passo indietro nemmeno dopo l'inusuale nota in cui martedì Meloni auspicava le sue dimissioni. In Transatlantico si rincorrono voci e supposizioni, c'è chi dà l'addio per imminente e chi mette in circolo la suggestione che potrebbe presentarsi in aula alla Camera per la commemorazione di Umberto Bossi. Di certo, c'è che nel programma del Forum della cucina italiana (organizzato nel Salento da Comin & Partners e promosso da Bruno Vespa) inviato alle agenzie di stampa a metà pomeriggio «la ministra del Turismo Daniela Santanché» è ancora prevista come ospite la mattina di lunedì 30 marzo. E tanto basta ad agitare alcuni deputati di Fdi: «Se davvero non si dimette, finisce male». Non è un caso che più di un ministro - ovviamente a taccuini chiusi - lasci intendere che se le dimissioni non dovessero arrivare la questione si chiuderà comunque mercoledì prossimo con la mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni. Non perché la maggioranza la farebbe sua, prestando il fianco a al centrosinistra che potrebbe dire di aver risolto il problema Santanché. Ma perché presenterebbe una sua mozione di sfiducia contro la sua ministra. Uno scenario da guerre stellari, che serve per mettere ancora più pressione alla ministra. Ed è esattamente per la stessa ragione che il Consiglio dei ministri che sarebbe dovuto essere convocato per oggi o domani al massimo - nell'odg c'è un decreto fiscale in scadenza - resta sospeso fino a tarda sera. Dopo quanto successo nelle ultime ventiquattrore, Meloni non ha intenzione di riunire il governo e trovarsi a dover presiedere una riunione a Palazzo Chigi con Santanché. Che, finalmente, alle 18.11 rompe gli indugi. E con una nota dai toni piuttosto risentiti si dimette.
Si chiude così la valanga post referendum. Per il ministero del Turismo si fa l'ipotesi di un interim a Meloni, con Gianluca Caramanna (responsabile Fdi del Dipartimento Turismo e consigliere di Santanché, in queste ore a Dallas per partecipare al Cpac), mentre già ci si interroga su come muoversi sulla riforma della legge elettorale con Forza Italia che sta implodendo e la Lega che non nasconde le sue perplessità. «Non si vincono le elezioni cambiando il sistema di voto», ragiona in Transatlantico il viceministro leghista Edoardo Rixi.

