Adesso che la sua carriera politica incontra un doloroso stop, per via giudiziaria, bisogna riconoscerglielo: fin dall'inizio Daniela Santanchè sapeva che gli unici in grado di frenare la sua irresistibile ascesa nel Palazzo potevano essere i pubblici ministeri. Da tutti gli altri - le opposizioni, i rivali, gli amici che ne conoscono le virtù quanto le asprezze caratteriali - ha sempre pensato di sapersi difendere, forte della sua determinazione e della sua capacità di relazione. Della capacità tellurica delle Procura invece ha sempre avuto chiara la potenza. Quando era in predicato per diventare vicepresidente della Camera, nel 2013, disse quasi esplicitamente che solo un guaio giudiziario poteva essere d'ostacolo alla sua nomina: "Cosa ho che non va? Sono indagata? Ho rubato? Sono stata condannata? Sono orgogliosa di non piacere a tutti, se un comunista mi dà ragione penso di avere sbagliato tutto. Io voglio essere amata dai miei e odiata dagli altri". Una frase, va detto, in cui c'è tutta la Santanchè.
La nomina non andò in porto, anche se allora i guai giudiziari erano ancora lontani. Sono arrivati dopo, a scoppio ritardato, quando ormai l'ascesa politica era compiuta e apparentemente definitiva, la nomina a ministro del Turismo in barba alle polemiche e agli sfottò, alle ironie sul Twiga, Briatore, Brosio, le Kelly vere o fasulle, e a quel soprannome "la Pitonessa", che forse non le è mai davvero dispiaciuto. E che quella ascesa si sia potuta compiere si spiega solo con qualità che solo i detrattori più ostinati non hanno saputo vedere, a partire dalla sua grinta da combattente e dalla sua capacità di comunicazione. Ne è testimone un passaggio, le elezioni che nel 2022 nella rossa Cremona mettono in palio il seggio al Senato, la sinistra schiera un economista raffinato e mediatico come Carlo Cottarelli, la Pitonessa affronta la sfida. Sembra una partita disperata. Ma la Santanchè passa col 52 per cento. Non fai un numero così, se non sai fare politica. D'altronde nel lontano 2007 uno che aveva occhio, come Sandro Bondi, disse che per il dopo Berlusconi serviva una donna, una Segolene Royal italiana, molti pensarono che pensasse a lei. Da allora molta acqua è passata, e lei finora era sopravvissuta ad attacchi di ogni genere e a uscite spericolate: come quando disse in televisione che "Berlusconi le donne le vede solo orizzontali". Voleva lanciare il suo movimento, che uscì tritato dalle urne. Poteva essere la fine. Ma Berlusconi perdonava molto, e lei fu brava a farsi perdonare. Due anni dopo era già sottosegretario.
Lo sapeva, che in questa sua inattaccabile capacità di galleggiamento, l'unico siluro poteva venirle dalle Procure. Ma non fece niente per ingraziarsele, anzi. Quando il tribunale di Milano condannò il Cavaliere era lei lì, da sola, a metterci la faccia, sfidando a viso aperto i girotondini che festeggiavano e che la coprivano di insulti. Eppure poi non li ha visti arrivare. Quando i pm iniziarono a ronzarle intorno, partendo dal suo ex marito Canio Nazzaro, sembrava sinceramente tranquilla: come se non capisse che quello era il pertugio dove si iniziava a scavare sulla sua vita di imprenditrice, nel castello complicato e a volte malfermo delle sue aziende. "Non sono indagata", giurò in Parlamento in buona fede, perché la Procura aveva segretato la sua iscrizione. Che poi venne desegretata a mezzo stampa, inizio formale della escalation di accuse, bancarotta, truffa all'Inps, da cui lei fino all'ultimo non ha smesso di proclamarsi innocente. Quando il Senato votò a favore della immunità delle sue conversazioni, era convinta che quello era il segnale: non l'avrebbero abbandonata. Ma non aveva messo in conto la catastrofe del referendum.

