Alberto Mattioli, esponente dell'area cattolico-democratica del Pd, già capogruppo della Margherita a palazzo Marino ed ex vicepresidente della provincia, cosa sta succedendo nel partito?
"Evidentemente queste fuoriuscite - parliamo di quattro tra cui la personalità più rilevante la vicepresidente dell'Europarlamento Pina Picierno - creano malessere. Anche perché riguardano il profilo e il progetto del Pd, su cui le discussioni sono quotidiane. Basti pensare alle polemiche sulla proposta di Delrio sull'antisemitismo o i distinguo sulla politica estera che sottolineano spesso Gori o Guerini".
Che propone, dunque?
"C'è bisogno di un tagliando, di una messa a punto. Credo che queste difficoltà siano frutto di carenza di coesione e coerenza interna. C'è un problema al Nazareno: poco confronto e poca sintesi ma se c'è poca sintesi tutto finisce in polemica pubblica e questo crea un danno. È evidente poi che la partita delle politiche è aperta non è che il centrosinistra sia in grado di produrre una spallata decisiva".
Il referendum ha regalato un'illusione in parte smentita dalle Comunali.
"Ovviamente il referendum riguardava le regole costituzionali. L'abbaglio che spesso prendiamo è pensare che l'elettorato sia diviso tra destra e sinistra. Ma c'è un sacco di gente, come me peraltro, che non è di destra o sinistra. Quando si tratta di regole, poi, si mobilita un corpo elettorale molto più ampio. L'abbaglio è pensare che quello sia un risultato che si ripercuota sulle dinamiche elettorali".
La segretaria dice che la linea deve essere una.
"La linea politica deriva dal confronto e dalla sintesi. Noi non siamo un partito del capo, leninista, con una nomenclatura. La linea è figlia di un confronto tra diverse componenti che costituiscono il Pd. Anche di là assistiamo alla stessa dinamica, vedasi Lega. C'è uno scontro sulla linea che non trova una sintesi. Nella natura costitutiva del Pd c'è il confrontarsi e trovare buoni compromessi politici".
Mai il Pd è ancora quello. O è stato snaturato?
"Dobbiamo ben chiarirlo. Molti di noi sono impegnati a portare avanti il progetto originario: un incontro tra culture, come arricchimento. Dobbiamo evitare una deriva massimalista rinchiusa in qualche identità, diventeremmo un'altra cosa. Siamo nati per ben altro. Il progetto originario era quello di un partito popolare progressista con diverse culture: liberaldemocratiche, cattoliche democratiche, di sinistra storica. Se così non fosse avrebbe vocazione minoritaria".
Resta un esponente del Pd, ma c'è disagio. O disorientamento.
"Disagio certo, in un grande partito democratico ci può essere una dinamica di maggioranza e opposizione interna. Non è scandaloso. Ma occorre ricompattare il Pd se si vuol essere competitivi e non demotivare chi è sui territori".
Le Comunali di Milano?
"Premesso che siamo un po' fermi perché un po' tutto è bloccato dall'incertezza sulla data, dico che noi governiamo la città da 15 anni, non dobbiamo dimenticare che il centrodestra lo ha fatto per 20 anni. Serve realismo e non bisogna avere la presunzione che il risultato sia già acquisito. Anche questa partita è aperta e la vinciamo se facciamo le scelte giuste, con una candidatura che sia apprezzata da una grande maggioranza di elettori, conosciuta e apprezzata".

